Da “Su Nuraghe” una paròla piemontèisa al mèis, Aprile 2026, «F» come «FËRPA»

descrizioneOmaggio dei Sardi dell’Altrove alla terra di accoglienza, “omagià daj Sardagneuj fòra ’d Finagi” che fanno capo al Circolo culturale sardo “Su Nuraghe” di Biella. Fërpa è parola che accompagna il quarto mese dell’anno 2026 come la si ritrova in “Barba Tòni”, Barbo Toni Boudrìe e nella ricca produzione letteraria di “Tavo Burat”, Gustavo Buratti Zanchi.

Fërpa s.f. [artig.] [abb.] merletto || ël Partigian a argala al vent ant n’ambrassada drùa costa soa cros eterna anzolivà ‘d fërpe ‘d sol e ‘d lerme ‘d galaverna [Tavo] = il Partigiano regala al vento in un abbraccio vigoroso questa sua croce eterna ornata con merletti di sole e lacrime di brina || e ‘l vej Piemont, grand òm di barolé, col ch’an Provensa a-j dijo «flourimand», con le gàide, le ferpe, ël gròss arleuri, l’alum e ‘l chiri grand coma ‘n drapò al buf ëd le montagne [Barba Tòni] = Continua a leggere →

Aprile 2026, una parola sarda al mese: “R” come “REGHE”

descrizioneRadici e semantica delle parole sarde rivisitate mediante i dizionari delle lingue mediterranee (lingue semitiche, lingue classiche). Laboratorio linguistico di storia e di cultura sarda a Biella

REGHE in logudorese significa ‘re’. Nel logudorese antico questo titolo era dato al figlio primogenito del giudice, erede della corona (vedi Codice di San Pietro di Sorres 315; Codice di Santa Maria di Bonàrcado 88).

La forma reghe viene considerata un accatto dal lat. rēgem (rēx, rēgis ‘re’), ma sbagliano tutti. La forma latina nonché la forma sarda reghe sono coetanee ed affondano nell’antichità sumerica. Da quella lingua possiamo attingere re ‘città’ + gi ‘judgement, giudizio’. Quindi il sintagma regi va inteso come ‘giudice della città’. Confronta l’accadico rē’um ‘pastore di pecore e altri armenti’, ‘re-pastore’.

Inutile dire che nell’alta antichità qualsiasi persona assumesse il sommo potere di re diveniva automaticamente giudice della propria gente. Quindi non è affatto raro veder nominati questi personaggi come “giudici” (esempio in Israele). Ma la sostanza del loro potere non cambiò mai. I “giudici sardi” non erano altro che veri e propri re, e non fu un caso che mossero spesso guerra vicendevole per ampliare le terre del dominio.

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“Augurios”, versi di rinascita di Nicola Loi tra Biella e la Sardegna nel mondo

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Un ponte poetico tra tradizione sarda e attualità internazionale

In occasione della Pasqua 2026, al Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe giungono, come un soffio lieve ma denso di significato, gli auguri poetici di Nicola Loi di Ortueri, raccolti nel componimento “Augurios”. Versi che si fanno invocazione e visione, intrecciando la profondità della tradizione con le inquietudini del presente.

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I “nenneres” di “Su Nuraghe”: germogli di memoria del Giovedì Santo a Biella

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Nel silenzio raccolto del pomeriggio del Giovedì Santo, quando la luce si attenua accompagnando i fedeli verso i momenti più intimi della Settimana Santa, il Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe di Biella rinnova un gesto antico, denso di memoria e significato. Presso le cappelle della reposizione sono stati deposti i nenneres: piatti di grano e legumi fatti germinare al buio, preparati con cura dai soci e ornati con fiori di violacciocca, il cui colore intenso richiama simbolicamente il sangue di Cristo.

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Dalla Sardegna al Biellese: tradizione che si rinnova, fede che continua

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Un ponte antico tra le due terre che trova oggi nuova espressione nei riti della Settimana Santa.

Nel cuore della Settimana Santa, quando il silenzio delle campane avvolge paesi e città in un’attesa sospesa, riaffiora un patrimonio sonoro antico, custode di memoria e devozione. In Sardegna, questi strumenti assumono denominazioni diverse a seconda dei territori: matraconi o matraca nella Barbagia di Seulo, in Logudoro e nelle aree limitrofe, taccola nella parte centro-settentrionale dell’isola, tracula in Planargia e in altre zone del meridione. Il termine matraca, di origine spagnola e a sua volta derivato dall’arabo, testimonia un intreccio di culture, che si riflette anche nei riti religiosi. Nel Biellese, e in particolare nella Valle Cervo, il medesimo oggetto è conosciuto come tenebra: una tavoletta rettangolare di legno stagionato, spesso in noce o castagno, sulla quale sono fissati anelli metallici destinati a percuotere la superficie con un ritmo secco e cadenzato. Un’apertura nella parte superiore ne consente l’impugnatura, mentre il suono nasce da un movimento alternato del polso, capace di generare un richiamo austero e penetrante.

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